|
Suzana Djurovic
|
| Biografia |
| - curriculum |
PETAR JEVREMOVIC |
| - PETAR JEVREMOVIC, L'arte pittorica di p. Zoran Djurovic |
L'arte pittorica di p. Zoran Djurovic |
|
|
|
|
Ogni dipinto chiama in causa l'occhio. Senza l'occhio un dipinto è cieco. Morto. Soltanto nell'incontro con lo sguardo di un uomo vivo, di qualcuno che guarda, il dipinto riesce a "vedere". Altrimenti è cieco. Cieco e sciupato. Inutile. Non è facile capire i dipinti. La pittura autentica reclama uomini autentici. Un dipinto, un'icona è sempre una tentazione per l'occhio. Anche per chi lo guarda. Guardare un dipinto non è affatto cosa da sprovveduti. Al contrario. "La mente", dice Isacco il Siro, "acquista l'aspetto di ciò che sta contemplando". Proprio per questo, non si è indifferenti verso l'oggetto, o la persona, che si sta per guardare. Guardare è osservare. Osservare è specchiarsi. Specchiarsi è ritrovare se stessi in quel che si contempla, un riconoscersi nell'Altro e insieme un riconoscimento dell'Altro in sé. È pertanto errato pensare che un dipinto, se attrae il nostro sguardo, si esaurisce nella mera osservazione dell'immagine. L'occhio non fa l'immagine, ma la riconosce o non la riconosce. Perché un dipinto sia veramente un dipinto, c'è bisogno di qualcosa d'Altro. Che cosa è mai questo Altro? L'essenza di ogni dipinto autentico, e in particolare di un dipinto sacro, di un'icona, non consiste solo nel fatto che la si contempli. Il nostro sguardo è bensì necessario, non però sufficiente. E' necessario anche qualcosa d'altro. Perché un'icona sia viva, sia "sacra", occorre ancora almeno uno sguardo, lo sguardo dell'Altro. Ogni volta che guardiamo un'immagine sacra, dobbiamo tener presente che il nostro sguardo non è la cosa principale. In altre parole: la "sostanza" di tale immagine non risiede nel fatto che noi la osserviamo. No, la cosa principale consiste nel fatto che qualcosa (o meglio, Qualcuno) ci sta osservando tramite quella stessa icona. Così l'atto contemplativo diventa incontro, non è più ricezione passiva. L'esperienza della contemplazione di un'icona non si può ridurre al piano della mera percezione, della pura fruizione estetica. E' necessario un duplice passaggio: dall' immagine a noi e da noi all' immagine. Ove manchi uno di questi due poli, verrà totalmente a mancare la sacralità dell'immagine. L'autentico incontro sottintende apertura, capacità di sopportare incertezza, alterità. L'espressione vien dopo. L'espressione sottintende raffinement, illuminazione, sublimazione. Come tale, essa non può essere punto di partenza. L'espressione è preceduta da qualcosa di molto più profondo, qualcosa di molto più originario e tuttavia raffinato. In ogni caso, qualcosa di immediato... Da qui tutto comincia (seppure esiste di fatto un punto da cui cominciare), il resto è sovrastruttura. Questo qualcosa di più originario d'ogni possibile espressione, seppure esiste, è quel qualcosa che distingue l'artista autentico dal semplice copista: si trova dunque in intima relazione con la suddetta Alterità. Con il volto di Сolui che ci sta davanti e ci osserva, sempre che ne siamo partecipi... L'arte pittorica di p. Zoran, la sua poetica immanente, se mi si consente di definirla così, si può comprendere nel modo migliore richiamando il termine greco (ormai fuori moda) parrhesia, nel senso che gli attribuiva Massimo il Confessore, cioè quella particolare specie di intimità, di apertura, di coraggio audace che si ha nei rapporti con qualcuno che si sente veramente vicino. La forza autentica dei volti dipinti, a cui ci si trova davanti mentre guardiamo le icone, si basa su questa intimità specifica, che a sua volta implica per così dire rilassamento, leggerezza e quella certa facilità (credo, universalmente riconosciuta) a relazionarsi con ciò che nell'iconografia sacra è la cosa più importante: la vita, le immagini vive e l'uomo vivo. Tutto il resto è molto meno importante. Per tornare al punto da cui siamo partiti: ogni dipinto chiama in causa l'occhio, l'occhio a sua volta chiama in causa il dipinto. Le due prospettive s'incrociano. Avviene un incontro, una compenetrazione reciproca fra lo sguardo dell'osservatore e quello del dipinto osservato: l'incontro fra un volto aperto e un archetipo appena intuito. Un avvicinarsi e un allontanarsi, un interrogarsi e un riconoscersi a vicenda. Caduti i veli, ci si trova di fronte all'umano: l'umano aperto, l'umano dello Spirito incarnato. E sopravviene la gioia: non si è più soli in questo mondo. Qualcuno ci guarda: Qualcuno, non uno qualsiasi. Ci guardano santi, uomini di spiritualità e di virtù, che hanno volti umani. Sguardi umani... Nei loro sguardi ritroviamo noi stessi, la parte migliore di noi stessi... E, quel che più conta, in tutto questo non c'è niente di finto o artificioso. Niente di forzato... Tutto scorre liscio, senza fatica e senza dolore. Tutto accade come in un gioco. Tutto ciò che si è detto sarebbe semplicemente impossibile se il nostro Autore, p. Zoran Djurovic, prima in sé stesso e poi anche in tutto ciò che lo circonda, non avesse sentito e trovato quella stessa qualità che abbiamo chiamato parrhesia, cioè quell'audacia e intimità che si è avuto il coraggio di avere alla presenza di Colui che ci sta di fronte osservandoci. Solo così può esser reso accessibile allo sguardo dell'Altro (di Colui che ci osserva dagli affreschi e dalle icone che stiamo contemplando) quel modello archetipico di ogni creazione artistica che va diretto al cuore. Il che non è piccola cosa. Proprio per questo, per questa non piccola cosa, di averci reso possibile tutto ciò, noi tutti dobbiamo grande gratitudine a p. Zoran Djurovic.
|
|